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Nelle ceramiche di Lucia Angeloni
convivono due distinte vene espressive. La prima si ritrova nei pannelli,
nelle cornici per specchi, nelle opere plasticate, e deriva dalla
personale declinazione di linguaggi formali riconducibili a precedenti
esperienze locali sopratutto la ceramica di Aldo Ajò-. ma anche
a più generali riferimenti. rintracciabili nel panorama delle
avanguardie [
]. È un mondo popolato da forme ramificate,
articolate, elasticizzate, svarianti su temi di natura astrologico-zodiacale
o di sapore agreste, con qualche incursione in una dimensione personalissima
sospesa tra l'acrobatico e il surreale. La seconda vena espressiva
la ritroviamo invece nei piatti e in alcuni vasi globulari. E' una
temperie poetica più delicata e sottile, fatta di tenui e morbide
gradazioni cromatiche oppure basata sulla monocromia avvincente della
ramina o di misture inedite e segrete. In queste opere, a volte mirabilmente
satinate a volte lucenti, arricchite qua e là dai preziosi
tremolii dell'oro di piccolo fuoco, si dispiegano in superficie motivi
e disegni eseguiti con una tecnica particolarissima, per mezzo della
quale il rivestimento si dissolve generando un effetto di segno indeterminato
e gradevolmente impreciso. Questa tecnica "a scanso" permette
all'autrice di materializzare nei cavetti e sulle tese dei piatti
simboliche e fiabesche apparizioni, o di accogliere suggerimenti che
vengono da tempi lontani, come quelli pertinenti ad antiche monete
eugubine reinventate ceramograficamente.
Insomma un contributo di indubbia qualità (sia estetica che
tecnica), assai apprezzabile nella città di Mastro Giorgio,
centro di tradizione millenaria che aspira a una perenne vitalità
della ceramica. |
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E. A. Sannipoli |
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Recentemente il lavoro ceramico
di Lucia Angeloni ha avuto una vera e propria impennata, sia qualitativa
che quantitativa, espressa tramite una produzione tecnicamente e tematicamente
assai differenziata, pur nell'estrema coerenza delle scelte stilistiche
dell'autrice. Un impegno - giova qui ricordarlo - culminato con la
partecipazione della giovane artista alla mostra "Vitalità
perenne del lustro", curata da Gian Carlo Bojani, nella quale
sono state esposte opere da lei realizzate per la bottega "Rampini"
di Gubbio in collaborazione col padre Aldo Angeloni, che si è
dimostrato lustratore capace ed esperto.
Tra le varie tipologie di manufatti tipici del repertorio della ceramista
eugubina, un ruolo particolare continuano ad averlo i suadenti piatti
da parete, siano essi tondini, dischi oppure taglieri dal bordo elegantemente
estrofìesso.
Le fogge sottili e raffinate di questi pezzi, scelte con cura da Lucia
Angeloni, costituiscono l'adeguato supporto per un lavoro decorativo
condotto oramai con grande perizia in molteplici direzioni espressive.
Esistono tuttavia alcuni fondamentali elementi che accomunano anche
gli esiti più disparati. Il disegno alla base di ciascuna composizione
o figurazione, per esempio, si esprime con un segno evidente, corsivo
e abbreviato, che non rifugge da gradevoli quanto volute "imperfezioni".
Talvolta dato a pennello o affidato al tremolio metallico dell'oro,
il tratto che contorna le figure e definisce gli ornati (anche quelli
di riempimento) viene perlopiù connotato dall'indeterminatezza
della tecnica "a scanso", una specie di moderna "cuerda
seca", assai congeniale al mondo poetico dell'Angeloni.
E giacché siamo a parlare di procedimenti operativi aventi
esplicite finalità espressive, vale la pena di ricordare che,
pur nell'estremo differenziarsi della produzione ceramica che ci interessa,
si possono stabilire alcuni raggruppamenti sulla base di precise scelte
tecniche, formali e cromatiche operate dall'autrice.
C'è innanzi tutto quella che potremmo chiamare la "famiglia
verde", arricchita sovente da toni di bruno manganese e di bianco,
a volte di blu, a cui si accostano sempre più spesso, in terza
cottura, riflessi dorati lucidi e opachi, o addirittura lustri metallici.
Qualcosa di simile, ma senza la densità e gli spessori che
di norma accompagnano il verde ramina, l'Angeloni lo ha realizzato
anche sui toni della zaffera, del turchino e del rosa.
Altri piatti presentano un rivestimento monocromato di notevole suggestione,
che arriva a simulare le patine d'invecchiamento di metalli quali
il bronzo, e che sembra ottenuto aerografando o spruzzando sulla superfìcie
dei manufatti misture inedite e segrete di avvincente sostanza cromatica.
"Famiglia bianca" può invece definirsi quella che
accosta il bianco luminoso degli smalti al nero e al grigio fumo delle
campiture, oltre che al tono caldo del biscotto nei segni "a
scanso" dei contorni e negli incarnati delle figure. I piatti
di questo raggruppamento sono quasi sempre impreziositi, a piccolo
fuoco, da riflessi dorati (talvolta piacevolmente puntinati) ma anche
da leggiadre iridescenze maderperlacee ottenute tramite metalli organici
autoriducenti, i cosiddetti resinati.
Rimane da aggiungere qualcosa sulle singolari scelte iconografìche
dell'autrice. Ai piatti della "famiglia verde" si associano
perlopiù temi astrologico-zodiacali, ma anche scene circensi
(che rivelano una dimensione personalissima sospesa tra l'acrobatico
e il surreale) o composizioni tendenti ad un accattivante astrattismo
decorativo. Particolarmente azzeccati risultano gli spunti tratti
da ornati della ceramica eugubina del Cinquecento, come dimostrano
le rielaborazioni dei girali presenti sul retro dei piatti di Mastro
Giorgio, o della sigla stessa del celebre lustratore, traslitterata
in toni di sapore vagamente alchemico.
La "famiglia bianca", invece, ci presenta perlopiù
soggetti fiabeschi o esibizioni di acrobati, funamboli, giullari,
mangiafuoco, giocolieri. Una serie recente è dedicata a figure
allegoriche tratte dalla famosa Iconologia di Cesare Ripa.
Tra gli altri spunti iconografici, particolare interesse riveste la
rivisitazione formale di antiche monete eugubine, nei piatti "mono-cromati"
contraddistinti dalle preziose patine a spruzzo. E si potrebbe, naturalmente,
continuare.
Il tutto nell'inconfondibile stile di Lucia Angeloni, il quale si
può dire che derivi dalla personale declinazione di linguaggi
formali riconducibili a precedenti esperienze locali, ma che sembra
avvalersi anche di riferimenti di portata più generale, rintracciabili
nel panorama delle avanguardie artistiche del Novecento. Insomma un
contributo di indubbia qualità sia estetica che tecnica, assai
apprezzabile nella città di Mastro Giorgio, cioè in
un centro di tradizione millenaria che aspira a un rinnovamento perenne
della ceramica d'arte. |
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Gubbio Arte, dicembre
1999 |
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